Gianluca Murasecchi | La grande piccolezza

 

La grande piccolezza, di una lettera, raccolta tra le mani ansiose di tenere e non violare quel leggerissimo velo di carta su cui parole, intenzioni e destini allora, più di ora, scorreva tra vite e anime, si trattava di parole vergate, ovvero, in senso traslato incise, inebrianti nel gusto di esprimere o di errare, si, anche di errare, ma di prima mano. Così, come lettere destinate all'intimità, al segreto dei pensieri non formali, delle dichiarazioni d’amore o di disperazione, di cattività o liberazione, i piccoli fogli incisi circolano nel mondo da secoli, immediati e racchiudibili dallo sguardo nella solitudine delle stanze inaccessibili, attimi di sincerità reciproca tra chi lancia un segno e chi lo raccoglie tra le dita. Nessuna intenzione di annichilire, di mostrare il potere e la ricchezza esteriori, il linguaggio dei contenuti non ha necessità, né alcun desiderio, di strafare o schiacciare, coglie la ricchezza di dentro, versa i pensieri immediati. Là, dove è l’uomo il parametro della grandezza e si fugge dall’ambizione di rimpicciolire l’essere umano con ciò che è grande in quanto minaccioso e per forza ineludibile, là risiede la pace della meditazione sul pensiero il più possibile diretto, fluido e franco. Le immagini racchiuse in piccoli formati sono elargite alle sospirate solitudini, ai momenti di ininterrotto silen­zio, a coloro che non temono e non si temono. E quanto si rifugge tutto questo, in cronisto­rie di vite convulse e sperticate dalla fretta, dal tutto subito, qui e adesso, nell'ignorare, nell’ignorarsi. Arthur Schopenhauer questo concetto lo spiattellava in faccia: "Ciò che rende gli uomini socievoli è la loro incapacità di sopportare la solitudine e, in questa, sé stessi.”

Forse il piccolo formato replicabile di un’incisione è compiuto e dedicato alle privilegiate solitudini (forse è il residuo di quell'immensa storia degli epistolari oramai soppiantati da lingue rese improbabili da abbreviazioni di giustezza elettronica, brevità prima ancora che delle parole, delle cognizioni), formato pronto com’è ad accompagnare autonoma­mente la letteratura, legante, nonché rilegabile. Perché essere immediati è compito arduo "Complicare è facile, semplificare è difficile. Per complicare basta aggiungere, tutto quello che si vuole: colori, forme, azioni, decorazioni, personaggi, ambienti pieni di cose. Tutti sono capaci di complicare. Pochi sono capaci di semplificare.” scriveva Bruno Munari. Cos’è minuto? Cos’è grande? Cosa siamo oramai avvezzi a considerare? Le misure esteriori o quelle interiori? Cos’è l'opera se non un dialogo rivolto a dimensioni postume, compiuta l’opera l’artista scompare, scompare nell’indeterminatezza della vita della stessa opera, lascia raccogliere tra le mani, sul petto, la sua lettera esistenziale ed è solo chi sa leg­gerla in segreto che la conserva liberamente in sé. Anassagora dimostrò che non c’è nulla che sia compiutamente, essenzialmente bianco o nero, grande o piccolo, ciò di cui una cosa sia in prevalenza costituita assieme al suo substrato, significante nel caso delle opere d’arte, appare come la natura della cosa. Fin nelle antiche tradizioni, nelle radici della nostra cultura, i bagliori di Pesach, la Pasqua ebraica, ricevono la luce di Emunà, ovvero la fede, una piccola luce nello spazio illimitato, ma anche al cospetto dell’assoluto la grandezza o la piccolezza dipendono sempre dall’interpretazione di ciascuno. L’avvio del pensiero di ogni forma parte sempre con un breve segno gestito da una mano nello spazio limitato di un tavolo, l’occhio può abbracciare tutto senza acrobazie, il tempo torna quello di un tempo, umano.

Consideriamo queste cose qui ad Urbino, legata all’amore per il libro, per l’incisione, da tempi che appaiono adesso una piccola perennità. Attraversa molte volte i nostri deschi Dürer, con il suo fiore d’eringio, mentre ci sussurra "My sach die gat als es oben schtat” ("Le mie cose vanno come è deciso in alto”), ci rammenta che scelse l'incisione per affrancarsi dalle opprimenti committenze della pittura, gli occorreva propagare il suo pensiero senza influenze e convenzioni approvate, per primo divenne incisore ed editore di sé stes­so, disegnò, incise, stampò immagini e testi e pubblicò nel 1498 l’Apocalisse di Giovanni, piccola, maestosa meraviglia.

La prerogativa di ogni singola istituzione ac­cademica è da sempre la sua distinzione e più vi sono elementi distintivi, più l’organismo delle importanti accademie italiane può cooperare anziché porsi in fratricida competizione, Urbino, piccola com’è, ha scelto così, per spirito di libertà, la sua grande via.

Gianluca Murasecchi

Docente di Grafica d'Arte

Accademia Belle Arti Urbino